lunedì 6 febbraio 2012

da Stefano Fodra

Venti giorni alle Frattocchie
« Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:
luce intellettüal, piena d'amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
Qui vederai l'una e l'altra milizia
di paradiso, e l'una in quelli aspetti
che tu vedrai a l'ultima giustizia. »
(Paradiso XXX, 38-45)


1.
Era lì un piccolo grande Olimpo, meglio l’Empireo primum mobile, quello a cui comuni mortali compagni difficilmente avrebbero avuto accesso se non per via di indecifrabili macchine iniziatiche, che, appunto per me, rimangono e penso rimarranno in gran parte e per sempre tali.
Oppure per un colpo di fortuna, quello che percepii di avere avuto io in quel momento: tanto lontanamente vagheggiato e tutto sommato immeritato. Questo pensai.
Lì a pochi passi da me si era materializzato il nuovo Segretario, l’Alessandro Natta-dopo Berlinguer, colui cui erano stati affidati scettro e vessillo, uomo elegante e sobrio, volto retrò ammiccante e ridente.
C’era un ristretto circolo intorno a lui, che lo recingeva ed elevava, lo consacrava ad ogni passo. Nello stargli attorno e nello stringersi a lui, tracciava al medesimo tempo, in modo rituale un anello impalpabile e impenetrabile.
Toccava proprio a quegli uomini segnare lo stacco necessario, quello dovuto al capo, quello a cui ciascuno in fondo allegava il proprio stesso senso di appartenenza, di ruolo e, perché no, la propria futura aspettativa, per merito o ancora per fortuna.
All’assemblea convocata per inaugurare quel lungo corso di studio alle Frattocchie, c’erano Cossutta, Reichlin, altri sommi dirigenti del Pci; poi i professori, gli indipendenti Caffè, Spaventa, Rodotà, anche loro stretti intorno al Segretario.
Lo salutavano con un contegno nuovo, rielaborato, rispetto a quello che solo alcuni giorni prima potevano solitamente riservare al compagno Alessandro.
Per un momento ripensai a quante ore di faticosa ammirazione, in preparazione degli esami universitari, avessi trascorso sui testi di quei professori, che ad un tratto sembravano usciti dai loro libri come geni dalla lampada e ora si mostravano a me nelle loro distinguibili sembianze umane.
Natta, dal canto suo, declinava continuamente, con un composto sorriso, associato ad un lieve gesto della mano, ad arginare, più che a scansare, ogni imbarazzante segno, parola o gesto di omaggio ed eccessiva deferenza.
Se allora avevo ammirato quel comportamento fine e forbito, qualche tempo più avanti, quando si poteva ancora credere al miracolo di una rimonta d’immagine, ne provai un crescente fastidio.
Natta, quasi a voler rimediare ad un ostracismo televisivo troppo smaccato, fu invitato mesi dopo , in prima serata Rai, da una più che disponibile e affabile Raffaella Carrà; milioni di italiani a vederlo, tanti di noi a tifare per uno scatto d’orgoglio: invece lui continuò a declinare, con quell’elegante e inutile gesto della mano.
Così dovemmo aggrapparci, con tutte le nostre forze, alla Raffaella, un naufragio sulla migliore zattera che il servizio pubblico poteva passarci.
Anni dopo, l’elegante illuminista, giacobino e comunista Natta si autodefinì come l’ultimo segretario del PCI: vero, anche per questo l’ho sempre rispettato. Anche amato.
Ma intanto, alle Frattocchie, quella piccola processione era sfilata proprio a due passi da me.
Era il luglio del 1984 e il Pci era in una crisi nera, irreversibile, ormai segnata dalla vicenda concreta di tutti i giorni e - in maniera ancora più cruda e sadica verso i suoi integerrimi e appassionati militanti - da quella scritta e perpetrata dal gigantesco mercato dei lustrini, che ormai invadeva ogni più comune sentire.
Era il “sogno” che tutti volevano e noi, che quel sogno volevamo negare; chi anni prima aveva taciuto, ora parlava, parlava anche troppo.
Ogni stupido era come impazzito di facili parole nei bar, nei luoghi pubblici, in qualsiasi occasione: il Pci era vecchio, superato, nemico della modernizzazione, il Pci era in declino, l’Italia aveva bisogno di aria nuova, i lavoratori e le lavoratrici ora volevano abiti nuovi, griffe e imitazioni luccicanti, via le divise, via gli stracci opachi di un tempo passato.
Le masse? I collettivi? I gruppi? Tutto da polverizzare, disarticolare, individuo per individuo, e ricomporre in nuovi aggregati impalpabili ed interscambiabili. Il consumismo? Solo un “ismo”, basta con gli “ismi”, ogni parola ora finisce per semplice “o”, come io. Comunismo, finisce in “ismo”! Non va bene.
Molti dei nostri abbozzavano difese sempre meno irresistibili, altri dei nostri ogni giorno più numerosi, adesso tacevano, si appartavano dalle discussioni, come indifesi: la fierezza della diversità, ora dopo ora, andava consumandosi.
Si avvertiva chiaro che un’identità tanto orgogliosamente rimarcata ed esibita, ineluttabilmente stava precipitando in una sorta di rarefatta alienazione; tanti cedevano, magari piano piano, altri si aggrappavano sempre più forte, ripetendosi che quello, altro non poteva essere che uno dei tanti e banali incidenti della storia.
Un incidente passeggero, una rivoluzione passiva di breve termine.
Le ragioni materiali avrebbero ben presto ed inevitabilmente sopraffatto quelle rampanti chimere della vacuità e voracità degli anni ’80: intanto il compagno Nicolini a Roma inaugurava, per tutta risposta, le stagioni dell’”effimero”.
Quando mi arrivò la telefonata, stentai a credere: chiamato, anzi convocato alla Scuola nazionale quadri del PCI, a frequentare un corso sulla politica economica; “ venti giorni, senza interruzioni” , avvertì subito il compagno del Comitato Regionale, non si poteva dire no.
Baciato dalla fortuna, pensai, ma questo non si poteva ammettere, solo si poteva dire che qualcuno in alto, molto più in alto, che aveva il potere di chiamarti in ogni momento, aveva deciso e che non si poteva dire no.
Alle Frattocchie fu come arrivare ad una meta piena di misteri: già all’arrivo, dopo tante richieste d’informazioni ai vari benzinai vittime dell’inesistenza ancora dei Tom Tom, sembrò entrare in un mondo a parte, da un accesso celato.
(continua)….forse

domenica 22 gennaio 2012

da Nadia Mentasti

La domenica mattina si diffondeva L’Unità .
I compagni del PCI della sezione Antonio Gramsci di Borgo Palazzo prendevano sotto braccio un po’ di copie dell’ “Organo Ufficiale di Stampa del Partito Comunista Italiano” e suonavano i campanelli della gente del quartiere, cercando di convincerla a comprarne una copia e soprattutto a leggerla, per capire le ragioni del popolo e del PCI.
E io ci andavo con mio padre a diffondere l’Unità. E mia sorella con mia mamma .
Era più o meno la metà degli anni ’60 e io ero alle elementari.
Mio padre era giovane e politicamente preparatissimo. Parlava e parlava e cercava di convincere chiunque della validità della sua idea di comunismo.
Un’idea che si era formata su solidissime basi di filosofia al liceo francese del Cairo dove aveva quel suo professore comunista di cui, a volte, ancora ci racconta.
Ed era un’idea solida al punto da averlo costretto a scappare in Francia quando gli trovarono un ciclostile a manovella nascosto in quel ripostiglio alto del bagno della casa di famiglia, in via Amir Kadadar, a Il Cairo, dove viveva con sua madre, suo padre e i suoi due fratelli. E Fatma, la donna di servizio araba.
Il suo gruppo politico traduceva in arabo, dall’inglese e dal francese, testi marxisti e leninisti e li diffondeva tra la popolazione autoctona.
Lui era giovanissimo, non aveva nemmeno vent’anni, era pieno di voglia di cambiare le cose, di migliorare il mondo. Era andato alle piramidi a fare un giro in bicicletta e gli sono corsi incontro i suoi amici sulla via del ritorno: “Sauve-toi, sauve-toi, la police est chez toi! Ils vont te mettre en prison! Ils ont trouvé…” E lui è scappato ed era soltanto un ragazzo, un ragazzo intelligente e coraggioso. Anche bello.
E’ ancora intelligente e coraggioso e bello. Non è più un ragazzo ma un grande vecchio. Un ottantenne come ce ne sono pochi. Ancora sostiene con forza e determinazione le sue idee che sono, nel tempo, coerentemente e graniticamente, rimaste le stesse, identiche e forti.
Va ancora in piazza con banchetti, cartelli e volantini a convincere la gente che il mondo può e deve cambiare.
E ancora frequenta assiduamente la sezione di Borgo palazzo che adesso è quella del PD.
Qualche mese fa lo hanno festeggiato in sezione. Hanno brindato ai suoi 80 anni.
“Unità” richiama alla mia mente (molto prima che quella “d’Italia”), la “diffusione” che facevo con mio papà, suonando i campanelli delle case di ringhiera di Borgo Palazzo.
L’Unità era ed è restata, nei miei ricordi, quella: l’organo di stampa del Partito Comunista Italiano.

giovedì 19 gennaio 2012

da Enea Pandolfi

Mi sono iscritto alla FGCI di Codigoro (FE) nel 1973, all’età di 21 anni, con tessera firmata da Renzo Imbeni.
Nel 1977 diventai segretario della sezione A.Gramsci di Codigoro e ho firmato la mia tessera al PCI come segretario di sezione, vicino a quella di Enrico Berlinguer.
La sezione A.Gramsci nasce in quell’anno dalla divisione dell’unica sezione di Codigoro.
Dal centro venne l’indicazione che le sezioni troppo grandi -non funzionavano (?!?) e
quindi un apposito congresso decise di costituirne due e così io diventai il primo segretario della nuova sezione. Il lavoro era tanto. Per convocare i compagni la lettera con l’ordine del giorno si portava a casa, il solo pensare di inviare per posta significava sprecare i pochi soldi della sezione!
La sede della sezione nuova era stata individuata in un negozio – ex barberia- arredato con un armadio di recupero, una scrivania, alcune sedie. Alla prima riunione alcune compagne criticarono, non molto velatamente, la pulizia della Sezione; cosi’ prima della riunione successiva provai a convincere mia madre ad andare a spazzare e lavare il pavimento; riuscii solo a convincerla di regalare alla sezione una scopa, secchio, straccio e scopone e per la prima volta nella mia vita spazzai e lavai il pavimento con buon risultato perché non furono ripetute le critiche!. Nella primavera successiva ci furono le elezioni amministrative; organizzammo interminabili riunioni in tutte le sezioni del comune per preparare il programma e la lista dei candidati.
L’esperienza suggeriva che tanti compagni/e erano abituati, e facilitati, dal fatto che il simbolo del PCI era il primo in alto a sinistra; per ottenere questa posizione bisognava presentare il simbolo e la lista per primi, e in base alla legge allora vigente, sarebbe stato il primo simbolo sulla scheda elettorale. La lista dei candidati ed il simbolo andavano presentati, in un giorno preciso, al Segretario del Comune in Municipo, quindi si organizzava una staffetta, che iniziava a presidiare il primo posto per la presentazione della lista e del simbolo almeno una settimana prima – la data e l’orario di inizio della staffetta era un segreto custodito gelosamente, per evitare che il PSI iniziasse prima; la DC invece lavorava per arrivare all’ultimo minuto e quindi essere l’ultima nella scheda elettorale. Il compagno Luzzi Obes una notte parcheggiò la macchina sotto il loggiato del Comune, ed iniziò il presidio; in macchina era esposta la bandiera della sezione e diventò un punto di ritrovo per tutta la cittadinanza. Una notte la staffetta era affidata a due giovani della FGCI, che però non vigilarono con la dovuta attenzione, e mentre dormivano in macchina qualcuno rubò la bandiera della sezione!!!! Il Direttivo si riuni’ immediatamente e alle reprimende degli anziani, Obes tiro’ fuori la bandiera nel giubilio generale, l’onta era lavata, con la rivelazione che era stato tutto uno scherzo per dimostrare che i ragazzi non vigilavano ma dormivano.
Rendiamo testimonianza al compagno Luzzi Obes, sempre pronto ad affiggere manifesti ai muri, a portare a casa dei compagni L’UNITA’ e che purtroppo ci ha lasciato troppo presto.

lunedì 9 gennaio 2012

da Nando Santoro

Febbraio 1980. I sovietici hanno invaso l'Afghanistan da alcune settimane. Si è discusso a lungo se e quando fare un dibattito sulla questione. E poi: discutere solo nel direttivo? Fare un direttivo “allargato”? Da segretario del circolo della FGCI, ero “invitato permanente” alle riunioni dell'organismo, senza diritto di voto. Si decide, alla fine, per la convocazione di un'assemblea degli iscritti. E si stabilisce di farla un sabato sera, per consentire a tutti di partecipare. La Federazione invia il segretario di zona.
Più di 100 persone presenti (su 300 iscritti). Al loro posto – cioé in fondo alla sala - i figgicciotti.
Introduzione del segretario della sezione che, con equilibrio ammirevole, riesce a dare torto all'Armata Rossa e ai Mujaheddin.
Primi interventi di marca filosovietica, abbastanza scontati, ché si tratta dei compagni più anziani. Noi ragazzotti li ascoltiamo con defernza, ma quando uno di loro afferma che “i ragazzini afghani hanno accolto con i fiori e gli applausi” il soldato Ivan, ci scappa un sorrisetto. La Presidenza ci fulmina con lo sguardo. Poi parla l'ingraiano, che critica aspramente l'invasione. Da quel momento in poi, si sfiora più volte la rissa: compagni che posano platealmente la tessera sul tavolo della presidenza, filosovietici che nei loro interventi parlano della necessità dell'intervento militare per contrastare la reazione filoamericana, altri che criticano aspramente le scelte del Pcus, infiniti botta-e-risposta sulla differenza fra “imperialismo” (che è americano) e “politica di potenza” (che è quella sovietica, è la stessa cosa ma come fai a dire che i russi sono imperialisti). Scontro sanguigno, il contatto fisico viene evitato solo perché ci sono le compagne che tengono a bada i mariti.
Dopo circa 4 ore, la parola al segretario di zona. Noi ragazzini pensiamo: mo' questo ci fa un cazziatone per i modi a dir poco esagitati con cui si è discusso. E infatti.
“Compagne e compagni – esordisce Velardi – prima di tutto, una premessa di metodo”. Eccolo là. “La prossima volta, mai più queste riunioni il sabato sera. Il sabato sera dobbiamo stare con le famiglie, andare al cinema, fare una passeggiata. Ma vi pare che possiamo stare 4 ore chiusi qua dentro a litigare sull'Afghanistan mentre il mondo gira per conto suo?”. I filosovietici si guardano perplessi. Qualcuno gli dà sottovoce del “provocatore”. Noi ragazzotti, infami, sorridiamo.

sabato 7 gennaio 2012

da Milena Marani

Era il 9 giugno 1984, mi ero appena alzata nella mia nuova bella casa. Avevo acceso Radio Popolare, come sempre, come era d’abitudine nella mia nuova bella casa. Trent’anni avevo, come mio marito, che mi stava versando il caffè. Trasmetteva il direttore di allora, un certo Gad Lerner, che dava la notizia che Enrico Berlinguer mentre teneva un comizio a Padova la sera precedente, aveva avuto un malore ed era ricoverato in fin di vita all’ospedale. Non riuscì a continuare Lerner, interruppe la trasmissione, stava piangendo. Rimasi con il caffè in mano, istupidita, stavo piangendo, non potevo accettare quella notizia. Mi ricordo il fazzolettone di cotone, quelli grandi che adesso non si usano più, che mi passò mio marito. Piansi come una bambina, con lacrime che scorrevano e singhiozzi che non mi facevano respirare.
Compresi subito che era finita.
Non c’erano allora telegiornali in edizione straordinaria o,almeno, non ricordo che ce ne siano stati.
Attendemmo fino al pomeriggio per vedere quelle immagini. Me le ricordo: Berlinguer che parla in una piazza colma di gente, si appoggia al microfono, sta visibilmente male, beve un bicchiere d’acqua, ma non ce la fa proprio, lo sostengono, lo allontanano dal palco. E’ l’ultima immagine che ho di lui vivo.
Poi il Presidente Pertini che parte per Padova, lo ritraggono nella sala d’attesa dell’ospedale, con la moglie e i figli di Enrico, sono in attesa.
Due giorni dopo la notizia che tutti temevano e che nessuno voleva sentire: Berlinguer era morto, senza più riprendere conoscenza, era morto mentre faceva il suo lavoro, mentre parlava alla gente, alla sua gente, a me, a mio marito, ai nostri compagni della sezione. Era morto come era sempre vissuto, come un uomo vero, come un comunista vero, intelligente e caparbio come la sua Sardegna, come un uomo onesto, pulito. Mi ricordo le parole di Pertini, che lo riportò a Roma sull’aereo presidenziale: “Porto a casa un figlio”.
Non sono riuscita ad andare ai funerali, non ce l’ho fatta a vedere la televisione, non ho mai più riguardato quelle immagini, anche se ho comprato la cassetta al festival dell’Unità. Ce l’ho ancora quella cassetta VHS, che scema, non ho neppure più il videoregistratore. Eppure quella cassetta e i numeri speciali dell’Unità li ho ancora tutti, mi hanno seguita nei miei traslochi della vita.
Quattro giorni dopo, il 15 giugno vincemmo le elezioni, il PCI era il primo partito d’Italia, ma noi, i compagni della sezione non eravamo felici, anche se quella fu la vittoria più bella, dedicata a Enrico, a tutti noi.
Sono passati quasi trent’anni, ho quasi l’età di Berlinguer quando è morto. Ho due figli e a loro racconto, ogni tanto, di quel lontano giorno di giugno, e forse gli occhi luccicano e piange il cuore.

martedì 27 dicembre 2011

da Enzo Pelella

Ho iniziato a frequentare il Pci nel 1948 (a 12 anni) insieme a mio padre Alfredo, operaio tornitore specializzato.
Il Pci ha avuto un ruolo importante, nella storia d’Italia e del movimento operaio internazionale. Era un’organizzazione grande e complessa e, come tale aveva luci e ombre. A me interessa sottolineare, qui, un solo aspetto: la funzione educativa che ha esercitato tramite i suoi aderenti. Anche correndo il rischio di essere agiografico.
L’informazione: Mio padre è stato il primo degli “insegnanti” di questa scuola. Sin dall’età di dodici anni, mi chiedeva spesso di leggergli un articolo dal quotidiano (l’unità) che portava a casa; con la scusa “che era stanco”. Purtroppo scomparve nel ’51, ma nel frattempo mi ero abituato a leggere il giornale.
Pensare: Nel ’52, grazie a un accordo sindacale, fui assunto all’ex Silurificio, fabbrica dove la maggioranza degli operai erano comunisti. Lì iniziò quella che ritengo la mia università.
Per un periodo feci l’apprendista nel reparto attrezzi. Qui mi capitò di avere una discussione con un operaio sul modo di eseguire un lavoro. La discussione ebbe fine quando quest’operaio disse che aveva ragione lui perché aveva più esperienza. Non ero convinto e andai chiedere consiglio a un altro operaio. Questo mi rispose che “l’esperienza non ce l’ha chi è campato assai, ma chi ha pensato assai sui fatti della vita”.
Libertà: “ricordati che l’operaio deve guadagnare sempre una lira in meno di quanto vale, perché quella lira è la sua libertà” mi rispose un operaio con il quale mi lamentavo del prezzo di un cottimo.
Solidarietà: Dal primo giorno di lavoro nell’ex Silurificio fui destinato alla prima stazione di una catena di montaggio. Fui subito “adottato” dai miei compagni di lavoro più anziani, anche perché molti di loro era stati allievi di mio padre.
Il primo giorno lavorai 6 ore, il secondo 12, il terzo 24. Durante la notte, naturalmente, avevo sonno. Per combattere la sonnolenza approfittai del fatto che il tempo di esecuzione assegnato alla mia mansione era maggiore di quello reale e di essere il primo della catena, così mi avvantaggiai un poco di lavoro e andai a farmi un giro fuori dal capannone. Al mio ritorno, dopo un po’, un amico di mio padre, che lavorava in un altro reparto, mi raggiunse e mi redarguì: “ Hai un dovere di solidarietà verso i compagni di lavoro e se hai tempo lo devi impiegare ad aiutare loro, no per passeggiare.”
Rigore: In fabbrica funzionava una mutua aziendale, amministrata da un consiglio di amministrazione composto da rappresentanti dell’azienda e dei lavoratori. Il Presidente era un rappresentante della direzione mentre l’amministratore delegato era un lavoratore.
La mutua, tra le altre cose, gestiva un armadio farmaceutico con prodotti acquistati direttamente.
Venne alla luce che un rappresentante aveva convinto (dopo molte insistenze) l’amministratore delegato ad accettare una percentuale sugli acquisti (a lui riservati) che altrimenti tornava alla casa farmaceutica.
Saputa la cosa ci fu subbuglio in fabbrica e unanime condanna della cellula comunista e della relativa rappresentanza nella CGIL. Indignazione degli operai perché :”doveva prendersi il denaro e versarlo alla cassa della mutua.””
L’indignazione fu tanta che la Commissione interna fu costretta a imporre alla riluttante direzione aziendale il licenziamento del reo; ottenuta sotto forma di dimissioni.


Dignità: Avevo meno di vent’anni e svegliarsi alle sei 6 giorni su 7 era dura. Per cui, qualche volta, per guadagnare tempo evitavo di sbarbarmi.
Un giorno, il segretario della cellula mi ammonì: “se hai bisogno di dormire vai a letto prima. A lavorare si viene in ordine. Noi siamo operai! Non sottoproletari. Abbiamo una dignità”

Ascoltare: In quanto membro della Segreteria Provinciale della FGCI ero impegnato, ogni sera, a
“visitare” la sede di un circolo. Durante queste “visite” mi convinsi, ancora di più, che invece di
parlare (per dare la linea) era più conveniente per tutti ascoltare.

Responsabilità: La FGCI convocò una manifestazione politica della gioventù operaia della provincia di Napoli. Io fui incaricato di curare la partecipazione dei giovani dei comuni della zona flegrea, dove risiedeva lo stabilimento in cui lavoravo.
L’incarico affidatomi si rilevò più gravoso del previsto; soprattutto per problemi logistici. Era praticamente difficilissimo far coincidere l’attività di mobilitazione giovanile e la possibilità pratica di tornare a casa.
La manifestazione non ebbe un gran successo.
Nella successiva riunione del Comitato federale della FGCI, la segretaria di organizzazione criticò lo scarso impegno dei compagni del Comitato federale, portando ad esempio la scarsa partecipazione dei giovani della zona che mi era stata affidata. Come si usava allora la critica fu fatta citando la mia responsabilità e facendo nome e cognome.
Ritenevo e, ancora oggi ritengo, la mia responsabilità relativa. Comunque c’era. Secondo la prassi dovevo “fare l’autocritica” e io la feci. Pur convinto che la mia responsabilità fosse minima, ma altrettanto convinto che se c’era fosse onesto riconoscerlo pubblicamente. Non bisognava scappare dalle proprie responsabilità senza mediazioni o minimizzare.
Il giorno successivo la segretaria di organizzazione, in un colloquio ufficiale a due, mi fece notare che ero incostante nella gestione quotidiana. Lo riconobbi e lei mi propose, a nome della segreteria, di occuparmi della creazione e gestione del circolo FGCI del quartiere Vomero. Accettai e iniziò così una grande esperienza, ma questa è un’altra storia.

Queste sono alcune cose che ho imparato nel PCI ma, soprattutto ho imparato a imparare, ho imparato la severità, ho imparato che migliorare se stessi significa contribuire a migliorare il mondo che ci è toccato in sorte.

martedì 20 dicembre 2011

da Raffaele Raiola

Il 23 novembre del 1980 a via Stadera il terremoto faceva crollare un unico edificio (ex INA CASA) di dieci piani.
Purtroppo per questo evento via Stadera sarà ricordato come il Quartiere che ha contato il più alto numero di morti a Napoli (53 vittime del terremoto). Il terremoto ha spezzato la vita ed i sogni di oltre 20 famiglie che avevano condiviso, alla fine degli anni ’70, insieme a tutto il quadro dirigente della Sezione PCI Stadera un entusiasmante percorso politico di democrazia partecipativa, perchè fossimo noi tutti insieme protagonisti delle scelte da effettuare per il risanamento e la riqualificazione del nostro Quartiere.
All’epoca ricoprivo la carica di Presidente della Circoscrizione di “Poggioreale”, eletto da una maggioranza di sinistra PCI-PSI-PSDI.
La popolazione tutta, alla prima scossa di terremoto, presa dallo spavento, si riversò per le strade e raggiunse le campagne vicine e i luoghi all’aperto privi di costruzioni, abbandonando frettolosamente le proprie case incustodite e lasciando luci accese e porte aperte.
Le forze dell’Ordine, l’AGESCI, i compagni di sezione, i cittadini volontari organizzarono le ronde per impedire ogni forma di sciacallaggio, mentre i Vigili del Fuoco coordinavano le operazioni di recupero delle salme dalle macerie. Per liberare le strade dalle auto in sosta requisimmo di fatto, senza alcun provvedimento amministrativo, tutti i campi sportivi della zona dove sistemammo le famiglie all’interno delle proprie autovetture. Le famiglie prive di autovettura le sistemammo nei pullman del trasporto pubblico urbano stazionati all’interno del deposito dell’ATAN di via delle Puglie, messo a disposizione dall’azienda municiplizzata. Gli autisti dell’ATAN accompagnati da singoli Consiglieri di Quartiere, giravano per le strade e raccoglievano le persone, disposte a trovare un ricovero dal freddo, sebbene molto precario. All’epoca non esisteva la Protezione Civile, ma in questo modo riuscimmo a garantire i primi soccorsi in attesa degli interventi delle Istituzioni locali e governative.

lunedì 19 dicembre 2011

da Chicco Testa

Ad un certo punto tocca eleggere un nuovo Presidente dell’ Arci, siamo nel 1983, dopo la bella Presidenza di Enrico Menduni. Il posto tocca, come da tradizione, ad un iscritto al PCI e io sono il giovane (?) e promettente segretario della neonata Lega per l’ Ambiente. Si fanno le consultazioni di pragmatica fra i segretari regionali e provinciali e quasi all’unanimità vengo indicato come il successore naturale. Ne vado fiero. Senonchè ... senonchè con Realacci e altri giovanotti legambientini avevamo cominciato a frequentare alcuni dissidenti polacchi ( c’era ancora il muro, solido e grosso) che ci avevano spiegato che la nostra battaglia pacifista non era giustificata, se non si fosse accompagnata a quella per la libertà. La loro, che stavano sotto la dittura sovietica e a cui noi apparivamo, oggettivamente, amici dei russi. “Se non ci fosse l’ America, dicevano loro, noi saremmo ancora più schiavi e voi la battaglia la fate solo contro gli USA. Siete quindi, sempre oggettivamente, amici dei nostri dittatori russi”. Quanto avessero ragione lo avremmo capito solo molti anni dopo, ma qualche dubbio comunque riuscirono a mettercelo in testa già allora. I sovietici, diciamo, proprio simpatici non ci stavano. Anzi. Cosicchè   decidemmo di partecipare ad una manifestazione milanese , insieme a vari gruppi cattolici, indetta sotto lo slogan “pace e libertà”.Che nel linguaggio politico di allora significava “ no  ai missili americani, ma anche no a quelli russi e alla dittatura sovietica”. Per la verità io in qui giorni stavo a Parigi, dove avevo conosciuto la mia futura moglie, ma detti comunque il necessario benestare. Torno da Parigi e Aldo Tortorella offre a Enrico Menduni un caffè da Rosati, a Piazza del Popolo, a Roma. Nel corso del quale gli comunica che Pajetta si è preso un’incazzatura super per quella manifestazione e che sarebbe quindi bene che io rinunciassi alla Presidenza dell’ ARCI.Menduni a sua volta mi offre un caffè e mi riferisce. Che dovevo fare? Smisi di bere caffè, presi atto e obbedii. E fino qui è solo una storia di errori politici ( non i miei , che avevo ragione) e di disciplina di partito. Ma il calice andava bevuto fino in fondo, con tutti i riti del caso. E così fui costretto a pronunciare un discorso di fronte ai compagni comunisti dirigenti dell’ ARCI, convocati nel mitico salone del Comitato Centrale a Botteghe Oscure, dove “spintaneamente” spiegai i miei errori le ragioni profonde e naturalemnte completamente fasulle per cui preferivo non ricoprire quell’incarico e continuare il lavoro in Lega Ambiente. In sala tutti ridevano, ma fecero finta di niente. All’ Arci non mancava il senso dell’umorismo.  Mi presi la rivincita un po’ di anni dopo, quando, Deputato del PCI, partii per Varsavia, pieno di dollari nascosti in pacchetti di pasta Barilla, e consegnai la merce agli amici dissidenti polacchi, che stavano per riconquistare la libertà. Di chi fossero quei soldi non lo ho mai saputo. Ma ho dei sospetti.

martedì 13 dicembre 2011

di Roberto Bongini

mi sono iscritto alla fgci nel 1976 all'età di 14 anni a rosignano solvay (comune di rosignano marittimo in provincia di livorno) con una tradizione familiare che và dallo zio sindaco, successivamente consigliere regionale e primo presidente della allora usl di zona, cugino assessore e padre nell'esecutivo del consiglio di fabbrica della solvay ( multinazionale belga, industria chimica),successivamente, tutta la trafila all'interno del partito da segretario di sezione, direzione provinciale,ecc..).
negli anni 80, si comincia a parlare a rosignano di un possibile impianto di pvc che la società solvay vorrebbe fare nella fabbrica di rosignano, tenendo conto che il territorio, per le produzioni ad alto rischio che già faceva la suddetta società, era già saturo di rischi ambientali (teniamo conto che c'erano già 2 bomboloni di etilene e che riguardo al pvc finchè non ci furono gli studi del dottor viola se ne sapeva poco). a quei tempi io stavo finendo il mio incarico in fgci (all'epoca ero responsabile provinciale della lega per il lavoro) per fare il segretario della maggiore sezione del pci del mio comune. personalmente e come fgci avevamo preso una posizione di contrarietà all'impianto, mentre il partito aveva una posizione favorevole. il partito aprì una consultazione tra l'iscritti (pensando che il partito fosse rappresentazione reale della società) che dette un consenso all'investimento e io ero nella situazione di dovere garantire la posizione del partito stesso, in quanto segretario della sezione, ma con un punto di vista diverso. si può immaginare che la discussione era accesa. la fgci, insieme ai movimenti e alle associazioni del territorio si schierò con la richiesta di un referendum consultivo sull'investimento con il voto ai sedicenni. io mi trovai nella strana posizione di segretario del partito (di giorno) e (di notte) a lavorare con i compagni della fgci. alla fine il referendum vide la vittoria dei contrari all'investimento con mia grande soddisfazione. ciò segnò anche la fine di un rapporto di fiducia dei cittadini con l'azienda. questo per dire solo alcune cose: già in quegli anni il partito non era più espressione della società in senso ampio (non aveva già più il ruolo pedagogico inteso in senso gramsciano) e inoltre perse l'occasione per cambiare la sua visione politica e fare crescere un nuovo gruppo dirigente (in pratica come ha fatto il pd sui referendum su acqua e nucleare). la difficoltà ai cambiamenti non è solo di oggi, ma è un difetto antico della sinistra.

di Fabiano Corsini

Fu Sirio il Taccini a consegnarmi la prima tessera del PCI, nel marzo 1970. Sirio aveva già una settantina di anni. Era il presidente dei probiviri, il compagno più prestigioso della sezione.
Mi avevano fatto aspettare un po'. La procedura prevedeva di essere presentati, che qualcuno garantisse. Poi gli organi dirigenti vagliavano la richiesta, e c'era da aspettare. Al Fortino, la casa del popolo dove aveva sede la Sezione Comunista di Marina, era rimasto un po' così; anche in quegli anni tumultuosi in cui la politica profondamente cambiava, pareva già cambiata. Ma non non mi dispiacque che su di me ci fosse un vero e proprio esame; che in qualche modo fosse valutata la mia vicenda politica. Per tre anni ero stato nel movimento studentesco, avevo simpatizzato per il Potere Operaio e per Lotta Continua. Ero stato era stato io, tutti lo dicevano, il colpevole vero dell'arresto di mio fratello. Quattro mesi di prigione per una manifestazione, sui binari della stazione di Pisa, dopo l'arresto di Guelfi e Marraccini. Sirio Taccini venne a casa mia, e prima di parlare indugiò a guardare i libri, le cataste della Monthly review e dei Quaderni Piacentini, accanto a Critica Marxista e Rinascita. Sirio, prima di consegnarmi la tessera, come aveva deciso il Direttivo, mi raccontò di tutti i fatti miei di quegli anni passati, e di come fossero stati tutti analizzati. “Abitavi con Renato Curcio” mi disse guardandomi dietro una nuvola di fumo che lo intossicava. “Si, erano tutti nell'appartamento dove vivevo io.” “Lo sappiamo” Era chiaro di che cosa mi si era imputato, ma anche che ero stato assolto. “Ne abbiamo anche noi di compagni così...nel portafogli ho la tessera di uno. La tengo io. Ha fatto brillare una stecca di plastico a Camp Darby..quel bischero”.
E poi raccontò di sé, di quando era dirigente provinciale , e di come non lo era stato più. Di quando avevano deciso di sciogliere la sezione centro, troppo di sinistra, e di come poi lui, operaista, fosse stato a sua volta messo fuori. E di come fosse ritornato a spazzare i piazzali dell'Acit. Michele vedeva il vecchio compagno, con il sigarino tra le dita, sempre acceso, che raccontava cose che erano accadute proprio a lui; ma che raccontava non per fatto personale o per civetteria. Gli stava insegnando, il Taccini, di come si doveva stare in quel partito , di come ci stavano quelli che lo avevano fatto diventare forte.
A quell'epoca in Cantiere ci lavoravano mille e cinquecento persone. La Sezione, che dai licenziamenti del 1957 era sparita, cominciò a rinascere. Ne diventai segretario l'anno successivo, a ventidue anni.